problem-oriented vs method-oriented

METHOD-ORIENTED VS PROBLEM-ORIENTED

METHOD-ORIENTED VS PROBLEM-ORIENTED 1024 560 TRAINING LAB ITALIA

Quale filosofia d’approccio utilizzare nel lavoro?

Mi sono sempre chiesto se ci fosse un approccio più corretto rispetto ad un altro nel lavoro di tutti i giorni, c’è stato un periodo della mia carriera in cui pensavo addirittura non solo di averlo trovato, ma di averlo definito come un metodo.

Col passare del tempo però, nell’applicare lo stesso schema ogni volta, sentivo che c’era qualcosa che non andava.

Qualche caso non riuscivo a risolverlo (eh va bene, può capitare) ma, anche nella gestione delle attività di impresa mi sono reso conto che, avere un metodo non era forse l’approccio idoneo. Avevo acquisito un approccio troppo method-oriented, orientato al metodo.

Fu in quel momento che mi resi conto di dover tornare indietro e partire da capo perché, con tutta probabilità, il raggiungimento di alcuni risultati positivi e la velocità di applicazione, aveva fatto limitare in me il potere del ragionamento causato dall’essere sottoposto ad uno stress.

 

approccio problem-oriented

 

Un po’ come se io vi chiedessi: quanto fa 3 x 3? Voi rispondereste: 9 se io ve lo chiedessi per svariate volte di fila mi rispondereste sempre 9 ma stavolta non perché avete fatto il calcolo bensì per aver maturato quell’esperienza alla domanda e abbreviato la risposta perché già in vostro possesso.

Mi occupo di postura ed esercizio e so che ogni essere umano ha delle caratteristiche soggettive: strutturali, di reazione agli stimoli ed adattive. Per queste ragioni ogni problema dovrebbe essere valutato in modo a sé stante e non seguendo standard o metodi preconfezionati.

Lo stesso vale da imprenditore, ogni qualvolta c’è da adottare una strategia o da decidere il budget da investire per una campagna, avere una stima esatta del risultato è quasi impossibile, quindi potrebbe essere necessario cambiare in corso d’opera.

Inoltre, gli imprenditori si rifanno spesso a modelli preesistenti che hanno funzionato e funzionano ma, se uno decide di innovare o di indirizzare un mercato intero non si può guardare sempre e solo a ciò che ha funzionato per altri. Infine gli imprevisti: che tu sia un imprenditore, un professionista della salute o di altro ambito, l’imprevisto è una cosa da mettere in preventivo, e quando si verifica bisogna saperlo affrontare, gestire lo stress a cui siamo sottoposti e superarlo.

Insomma applicare un metodo potrebbe voler dire limitare questo stress, limitare il ragionamento e la creatività quando invece la storia ci insegna che il cambiamento è sempre dietro l’angolo e noi dobbiamo REAGIRE.

TALEB nel suo libro “Antifragile” afferma:

“Il successo, la crescita economica e l’innovazione non sono altro che risultati della sovracompensazione in risposta a fattori di stress. La sovracompensazione ci permette di dare il meglio in situazioni di difficoltà, anticipiamo risultati negativi e usiamo a nostro vantaggio le informazioni sulle possibilità di rischio; è una forma di ridondanza, è la testa in più dell’Idra (figura mitologica simile ad un rettile con numerose teste e ogni volta che una delle teste viene tagliata, ne crescono due al suo posto), sono tutte le abilità che sfoderiamo per affrontare stress imprevisti.”

Insomma, è un problem-solving continuo. Avere questo tipo di approccio significa essere Problem-oriented, orientato al problema, ad evitarlo ed a risolverlo.

Immaginate di fare un viaggio alla guida di una macchina. Per andare da un punto A ad un punto B servirà saper leggere una cartina, badare agli incroci, optare per delle strade meno trafficate, tornare indietro e prendere altre strade se si sbaglia, ed alla fine magari arrivare al punto B. Scommetto che se faceste così non solo vi godreste il panorama ma avreste anche memorizzato l’itinerario o imparato alcune strade e scorciatoie.

Sono sicuro che, così facendo, se vi chiedessero: “come sei arrivato fin qui?” voi rispondereste: “facendo questa strada”. Inoltre, sapreste riconoscere luoghi e paesaggi in cui siete già stati e, se voleste tornare indietro, sapreste come farlo perché sapete leggere la cartina, perché avete imparato la strada, e saprete quale non fare e quale evitare.

Il method-oriented invece è un pò come fare il viaggio chiusi nel bagagliaio della macchina, nella speranza che l’autista sappia la strada, sperando che non faccia incidente. E se mai dovesse riuscire a portarvi al punto B, e qualcuno vi chiedesse: “come sei arrivato fin qui?” “Sapresti tornare indietro?” “hai visto quella bella cattedrale lungo la strada?” sicuramente rispondereste: “No”.

Certo, qualcuno potrebbe dire: l’importante è essere arrivati al punto B. Il fatto è che quando si lavora sul risultato di un atleta o sulla salute delle persone, o si progettano traguardi aziendali, non possiamo affidarci solo alla speranza, non stiamo giocando a dadi.

Il metodo potrebbe essere la morte del nostro ragionamento e, in campo professionale e imprenditoriale, tutto questo potrebbe portare a non ottenere il risultato.

In soldoni, la scelta da fare è questa: preferisco studiare e cercare di padroneggiare le materie e gli strumenti che mi permettono di ragionare di volta in volta caso per caso, obiettivo per obiettivo? Oppure scelgo il metodo preconfezionato e che Dio me la mandi buona?

Costruire un atleta, risolvere una problematica fisica così come portare avanti un’azienda è una continua esposizione allo stress (non intendetelo sempre come una cosa negativa).

Sempre Taleb:

“Se priviamo un sistema di fattori di stress non stiamo necessariamente facendo il suo bene, lo stiamo danneggiando”.

Attenzione, con questo approccio non significa non avere metodo nel fare una cosa, bensì poterlo codificare di volta in volta senza applicare standard a cose che uno standard non ce l’hanno. L’approccio problem-oriented non significa andare a tentoni di volta in volta, ma di cercare delle prove che possono aiutarci nel ragionamento libero, e impostare la nostra strategia che a sua volta non deve essere rigida ma flessibile. Questo ci permetterà di cambiare in tempo utile, di avere chiaro cosa stiamo facendo e, di leggere la situazione che ci si presenta formulando PROVE.

Queste ultime, Le PROVE, vengono dai fatti, dalle osservazioni, dall’esperienza, dai confronti e dagli esperimenti. Ci aiutano ad avere informazioni e a poter fare verifiche su cosa potrebbe succedere, o se una cosa è vera o falsa.

 

Come si può codificare un giusto approccio problem-oriented?

 

concept of problem-oriented approach

 

Il paradosso è che ci vuole metodo. Quasi come un ossimoro: bisogna usare un metodo per uscire dall’orientamento al metodo. Infatti, come quello scientifico, che si fonda sulla totale mancanza di certezze (“Scienza è ciò che non sappiamo”), bisogna creare una sperimentazione continua basandosi su una serie di step.


Prova ad esempio ad effettuare questi passi ogni volta cerchi di risolvere un problema:

  • Osserva il fenomeno e analizza il problema da risolvere;
  • Formula un’ipotesi;
  • Cerca di predire le conseguenze della soluzione cha hai ipotizzato;
  • Testa la soluzione;
  • Se funziona, continua altrimenti osserva e testa ancora.

La testabilità e la formazione di prove sono 2 fattori chiave in questo approccio.

Se sei un professionista o un imprenditore, oltre ad applicare questi step, puoi tenere a mente anche delle regole d’oro che potrai sfruttare per migliorare il tuo mindset, (tradotto da molti come forma mentis), ovvero la struttura mentale, che si crea dal matching tra elementi del carattere, di indole personale, con l’influenza esperienziale dell’ambiente socioculturale e dell’educazione, e si rivela sempre attraverso il comportamento. Specie se rivolto ad affrontare problemi teorici o pratici.

Queste regole d’oro mi hanno colpito, e le ho apprese dopo aver letto il libro “Seeking Wisdom” (tradotto: “alla ricerca della saggezza”) di Peter Bevelin. Sono state scritte da Charlie Munger, imprenditore e grande filantropo che Warren buffet descrive come: “il mio socio”. Tanto per intenderci.

Ecco le Charlie Munger’s Golden Rules:

  1. Riserva un’ora al giorno alla tua crescita;
  2. Se continui a leggere e pensare non avrai mai problemi di lavoro;
  3. Ammetti la tua stupidità (per non ripetere un errore);
  4. Non vendere quello che non compreresti;
  5. Ogni anno distruggi una delle tue idee;
  6. Non avere ideologie, queste ultime mascherano i fatti;
  7. Espandi il tuo modo di guardare alle cose.

A proposito del punto 3, errori: la maggior parte dei nostri errori sono indotti da bias cognitivi, in altre parole quei pregiudizi non corrispondenti alla realtà, emergenti dall’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente collegate tra loro e che conducono ad un errore di valutazione o mancanza di oggettività di giudizio.

Tutto questo è frutto della nostra stessa struttura mentale. Per evitare di incorrere in queste trappole che ci vengono tese dal nostro stesso cervello, il modo migliore è conoscerle e imparare a padroneggiarle.

 

Come evitare i bias?

Anche qui: con una sorta di metodo. Sempre nel libro “Seeking Wisdom” viene suggerito di creare delle checklist, delle vere e proprie liste di controllo di cosa fare e cosa evitare. Un esempio riportato nel testo a favore di tale teoria è il seguente:

“Nel 1987, il volo 255 della Northwest Airlines precipitò poco dopo il decollo, tutte le 155 persone a bordo morirono. L’inchiesta dimostrò che l’equipaggio non aveva eseguito la taxi check list (procedura di controllo durante la fase di spostamento a terra del velivolo) per assicurarsi che flap e slat fossero correttamente posizionati per il decollo. La contemporanea mancanza di corrente elettrica del sistema di allarme dei flap contribuì all’incidente, perché non segnalò automaticamente all’equipaggio che l’aereo non era correttamente configurato per il decollo. Il capitano si era eccessivamente fidato dei sistemi automatici, e questa fiducia causò la tragedia.”

 

Approccio problem-oriented: keypoints e conclusioni

 

problem-oriented keypoints

 

Riassumendo possiamo portarci a casa alcuni keypoints:

  1. Avere un approccio problem-oriented permette di pensare di più;
  2. Le regole d’oro di Charlie Munger possono aiutarti a migliorare il tuo mindset;
  3. Per avere un approccio problem-oriented serve metodo(un metodo per evitare il metodo);
  4. Per evitare i bias possiamo creare delle checklist

Concludo citandoti 2 frasi che racchiudono il succo di tutto l’articolo, la prima è di Warren Buffet:

“Il miglior modo per minimizzare il rischio è pensare”.

La seconda è di Albert Einstein:

“La formulazione di un problema è spesso più essenziale della sua soluzione”

Come sempre: Studia, impara, metti in pratica, sbaglia, migliora. Ciao!

 

Dott. Marcello Di Finizio

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