atleti sottoposti a monitoraggio carico esterno e interno

Il monitoraggio del carico esterno e interno – Parte 2

Il monitoraggio del carico esterno e interno – Parte 2 1024 536 TRAINING LAB ITALIA

Continua il nostro approfondimento sul monitoraggio del carico esterno e interno, un argomento caldo e spesso sottovalutato.

Se hai perso la prima parte, la trovi qui!

MONITORAGGIO DEL CARICO INTERNO

Il carico interno viene monitorato valutando la risposta fisiologica e psicologica al carico esterno, ed esempi specifici includono misurazioni quali:

  • la frequenza cardiaca
  • i punteggi sulla scala RPE (Rate of Perceived Exertion) o questionari relativi agli stressors psicologici.

Sebbene carico esterno ed interno vadano sempre valutati congiuntamente, il monitoraggio del carico interno rappresenta un migliore indice della risposta adattativa scatenata nell’organismo da uno o più carichi esterni.

Ad oggi, siamo ancora molto lontani dal valutare il carico interno attraverso un’unica modalità di rilevazione, per cui questo tipo di carico dovrebbe essere valutato con un approccio olistico. Alcune delle strumentazioni ad oggi disponibili per la valutazione dei diversi parametri rappresentativi del carico interno sono però ingombranti, invasive, e a volte parecchio care da un punto di vista economico, così da risultare difficili da impiegare nella pratica quotidiana.

L’abilità di quantificare il carico interno è di fondamentale importanza in quanto permette ad allenatori, preparatori atletici e addetti ai lavori di oggettivare le conseguenze dei carichi esterni e dei programmi di allenamento su diversi sistemi biologici.

Questa abilità inoltre permette di personalizzare le attività di allenamento, così come di identificare potenziali rischi per la salute e adattamenti indesiderati.

Fallo semplice: il Rate Perceived Effort (RPE)

Giudizi personali riguardo l’impegno profuso in un determinato esercizio sono molto semplici da raccogliere. Il Rate Perceived Effort (RPE) è uno degli strumenti utilizzati a questo scopo, e quindi a rappresentare lo stress percepito dall’atleta in seguito all’esecuzione di un determinato esercizio. 

Questo strumento, che prevede l’indicazione dello sforzo espresso in un esercizio con un punteggio da 6 a 20, è stato dimostrato essere valido ed affidabile, perché correlato con la frequenza cardiaca in esercizi stazionari e nell’interval training in ciclisti. Tuttavia, lo stesso grado di correlazione non è stato raggiunto in esercizi ad elevata intensità ma di breve durata, suggerendo in quest’ultimo scenario (ad es. nell’allenamento della forza) l’adozione di metodiche alternative per l’indagine sul carico interno. 

L’RPE si dimostra una valida alternativa alla valutazione del carico interno in tutte quelle discipline aerobiche e in tutti gli sport di squadra.

Fare compilare un RPE ad un atleta equivale ad avere, a costo 0, uno strumento altamente valido (almeno nel campo del metabolismo aerobico e aerobico/anaerobico) e ad evitare l’impiego di strumentazioni ingombranti che magari richiedono anche impegni nell’interpretazione dai dati grezzi. In più, l’RPE permette soprattutto di valutare più atleti contemporaneamente, dimostrandosi così un grande alleato nel monitoraggio del carico di allenamento degli sport di squadra.

La session RPE (sRPE): da preferire rispetto all’RPE?

Stabilire l’RPE per ciascun esercizio all’interno della seduta di allenamento potrebbe però risultare complicato da un punto di vista organizzativo. Perciò, nel tempo è nata l’esigenza di correlare l’RPE con altre variabili, una delle quali è stata la durata della sessione di allenamento: nasce così la sRPE (RPE session). 

Il metodo della sRPE permette al soggetto di fornire un singolo punteggio globale riguardo la difficoltà dell’intera seduta di allenamento, usando comunque una scala RPE. Un pro di questa strategia è che questa viene incontro alle necessità di includere gli intervalli di recupero tra le serie nonché la velocità di ciascuna ripetizione rispetto a quella massimale con un determinato carico. 

Oltre a ciò, è bene considerare che la sRPE rappresenta comunque un indicatore dello stato fisico e psicologico dell’atleta subito dopo la sessione di allenamento. Così, se l’RPE semplificava il processo di monitoraggio del carico interno dell’atleta, la sRPE lo rende un gioco da ragazzi. Con questo strumento, infatti, basta dare un solo punteggio al termine dell’allenamento invece di fornire diversi punteggi per i diversi esercizi.

La scala di punteggi utilizzata dalla sRPE va, anche qui, da 6 a 20 ma questo punteggio viene successivamente moltiplicato per la durata in minuti dell’intera sessione di allenamento, compreso il riscaldamento ed il defaticamento:

sRPE = RPE x durata allenamento (min)

Tuttavia, in letteratura internazionale i punteggi sRPE rilevati nei 5-10 minuti post-esercizio sono stati visti essere superiori rispetto a quelli presi più tardivamente.

Questo risultato pare sia dovuto al fatto che la rilevazione presa in un momento molto vicino al termine della sessione di allenamento sia molto condizionata dell’ultima serie svolta nella seduta, e perciò potrebbe alterare quantitativamente e qualitativamente il reale carico interno sperimentato dall’organismo, sovrastimandolo. È per tale ragione che la sRPE dovrebbe essere rilevata 15 minuti dal termine dell’esercizio, momento in cui è stata dimostrata una notevole affidabilità della stima. 

Esatto, avete letto bene: affidabilità. Il gruppo di van Erp et al. (2018) ha recentemente confermato la validità e l’affidabilità di questa metodica come strumento di valutazione del carico interno in ciclisti professionisti. A queste affermazioni vanno aggiunte quelle di Scott B. R. et al. (2016) che definiscono la sRPE come una metodica valida ed affidabile non solo nel campo aerobico e aerobico/anaerobico, ma anche nel campo dell’allenamento di forza, cosa che l’RPE da solo non era riuscito ad ottenere.

La frequenza cardiaca (FC)

La frequenza cardiaca (FC) è spesso utilizzata come misura del carico interno, in quanto la tecnologia al riguardo è largamente disponibile, non-invasiva, e poco costosa. La stima del carico interno tramite la rilevazione della FC si basa sulla relazione pressoché lineare esistente tra FC e consumo d’ossigeno durante un esercizio sub-massimale stazionario.

Sebbene siano spesso valutati i valori assoluti, gli equivalenti relativi si dimostrerebbero maggiormente informativi perché inclusivi di quelle differenze inter- ed intra-individuali che si possono manifestare nel modo in cui i soggetti rispondono a differenti modalità di esercizio.

Basti pensare infatti che la variazione giornaliera nei valori della FC è di approssimativamente 6 battiti al minuto o comunque inferiore al 6,5% quando fattori che influenzano la FC, come l’idratazione, l’ambiente o la fatica, non sono controllati.

Durante l’esercizio si consiglia comunque di monitorare diversi tipi di FC, tra i quali:

  • la FCex, che esprime la FC in un dato esercizio e può essere intesa come media o in relazione ad un preciso istante, a seconda di quello che si vuole valutare;
  • la FCmax, che rappresenta l’osservazione con il valore di FC maggiore nel corso dell’intera seduta di allenamento;
  • la FCrest, che rappresenta la più bassa misurazione di FC rilevata dopo essersi sdraiati per 10 minuti o immediatamente dopo essersi svegliati;
  • la FCres, o frequenza cardiaca di riserva, che appare come il risultato di: FCmax-FCrest. La FCex può essere espressa in relazione alla FCmax tramite la seguente formula: (FCex/FCmax)x 100.

Tuttavia, ai fini della valutazione del carico interno, pare che i parametri di FC più indicati su cui indagare siano due: la %FCres e la FCR. La percentuale della FCres rispetto al valore massimale può essere trovata secondo la formula:

Dove l’FCex rappresenta la media della FC rilevata nel corso dell’esercizio. Questo parametro si dimostrerebbe di per sé più accurato perché considererebbe la variazione che la frequenza cardiaca a riposo subisce con l’età e con la forma fisica. 

Un altro parametro indicato come valido indicatore del reale carico interno è la frequenza cardiaca di recupero (FCR); tale parametro considera il declino in bpm che subisce la FC immediatamente dopo il termine di un esercizio ed è rilevato tramite:

FCR=FCex-FCpostex

L’FCR è rappresentativo della diminuzione dell’attività simpatica e della riattivazione parasimpatica che avviene tra i 30 secondi ed i 2-3 minuti successivi al termine di un esercizio. Ad ogni modo, pare che il momento più opportuno, in termini di validità e affidabilità, per rilevare la FCpostex sia dopo un minuto dal termine dall’esercizio.

In un recente studio la FCR è stata riportata:

  • migliorare con il miglioramento dello stato funzionale;
  • rimanere invariata quando non vi erano cambiamenti nello stato funzionale;
  • diminuire parallelamente a peggioramenti nello stato funzionale.

Perciò, tale parametro può essere utilizzato nel monitoraggio della direzione presa (miglioramento o peggioramento) dallo stato funzionale dell’atleta.

Consumo d’ossigeno (O2)

Il gold standard nella misurazione del fitness cardiorespiratorio è rappresentato dal massimo consumo d’ossigeno (V̇O2max), che è quantificato come la massima quantità d’ossigeno che il corpo è capace di consumare a scopo energetico in un minuto durante un lavoro dinamico che coinvolge ampie masse muscolari.

Durante un esercizio ad intensità costante è necessario un certo periodo di tempo prima che il consumo di ossigeno raggiunga un plateau; tale durata dipende dalla tolleranza del soggetto all’esercizio stesso.

Il V̇O2 è un parametro che permette di valutare il funzionamento integrato dei sistemi polmonare, cardiovascolare e muscolare nell’introdurre, trasportare e utilizzare ossigeno per le reazioni energetiche prevalentemente nei mitocondri dei muscoli in contrazione. La misurazione del V̇O2max così assume un enorme valore in tutte quelle discipline sportive dove il metabolismo aerobico gioca un ruolo prioritario.

Considerata l’unanimità nell’accertare la linearità della relazione tra consumo d’ossigeno (V̇O2) e tasso di lavoro stazionario, il V̇O2 è stato proposto come una valida misura dell’intensità di esercizio durante lavori stazionari, ma non per le sessioni di esercizio intervallate o sopramassimali. 

Curiosamente, il V̇O2 è stato notare aumentare esponenzialmente al livello stazionario di esercizio solamente al di sotto della soglia anaerobica mentre, una volta superato questo livello, la cinetica dell’ossigeno appariva molto meno stabile e complessa.

I valori relativi di V̇O2 (%V̇O2max) rispetto a quelli assoluti sono da preferire ogniqualvolta si vogliono comparare le intensità che due atleti, con differenti caratteristiche fisiologiche e atletiche, sono capaci di palesare nello stesso esercizio. 

Ad ogni modo, il V̇O2max risente molto dell’ergometro sul quale lo stesso viene misurato. È proprio questa specificità legata all’esercizio che dimostra la necessità di valutare e calcolare il V̇O2max per qualsiasi performance (corsa, bici, nuoto, etc.) e l’impossibilità di estendere un valore massimale di V̇O2 valutato in un ergometro, a tutte le possibili performance.

Nell’ottica della prescrizione dell’esercizio fisico la letteratura internazionale appare d’accordo nel ritenere maggiormente accurato l’utilizzo della percentuale del consumo d’ossigeno di riserva (%V̇O2R) rispetto alla %V̇O2max: 

equazione vo2 max

Dove per V̇O2ex si intende il consumo d’ossigeno medio valutato durante l’esercizio; per V̇O2rest ci si riferisce al consumo d’ossigeno a riposo.

La valutazione del consumo d’ossigeno appare tuttavia non alla portata di tutti da un punto di vista economico, a causa degli elevati valori di mercato dimostrati dagli analizzatori di ossigeno e anidride carbonica a risposta rapida, accoppiati a misurazioni istantanee del flusso dei gas respiratori eseguite attraverso turbine o tecnologie ad ultrasuoni.

Oltre alle limitazioni prettamente di natura economica, è nostro dovere comunque sottolineare il fatto che l’attrezzatura utilizzata per valutare questo parametro porta con sé diverse limitazioni:

  • spesso è ingombrante e può dare sensazioni di asfissia (data dall’applicazione della maschera);
  • può risentire di errori da parte dell’operatore sia nell’equipaggiamento della macchina che nelle varie calibrazioni che l’utilizzo dello stesso richiede prima di essere messo in funzione;
  • difficilmente può essere utilizzata con cadenza giornaliera;
  • permette di valutare solamente un atleta per volta e pertanto richiederebbe una enorme quantità di tempo per la valutazione applicata negli sport di squadra.

Per concludere, ammettendo che si riesca ad eseguire un test per la rilevazione del V̇O2max, tramite un test incrementale della durata di 8-12 minuti, non è detto che si raggiunga un plateau nei valori del consumo d’ossigeno, condizione necessaria che consente di discriminare il V̇O2max da un V̇O2peak (semplicemente, il più alto valore di consumo d’ossigeno osservato durante un test).

Concentrazione ematica di lattato

La concentrazione di lattato ematico si dimostra un valido strumento per il monitoraggio dello stato funzionale, soprattutto per la valutazione delle variazioni nel campo della resistenza aerobica attraverso la valutazione della cosiddetta soglia anaerobica.

La soglia anaerobica può essere definita come quella massima intensità di lavoro alla quale sussiste ancora un equilibrio tra acido lattico prodotto e acido lattico smaltito dall’organismo. Oltre questa intensità di lavoro le concentrazioni di lattato ematico si impennano, contribuendo all’insorgenza dello stato di fatica e, di conseguenza, costringendo il soggetto ad arrestare l’esercizio.

La soglia anaerobica appare migliorare con il miglioramento del V̇O2max; perciò si potrebbe concludere che maggiore è la soglia anaerobica, maggiore sarà l’intensità media che un individuo riuscirà a mantenere durante un esercizio senza accumulare lattato. Il picco post-esercizio del lattato ematico è stato riportato verificarsi al terzo minuto dal termine dell’esercizio stesso, ma solo nel caso in cui questo non sia seguito da nessun tipo di recupero attivo. Queste misurazioni possono essere ottenute dal prelievo di un campione sanguigno intravenoso ed analizzate in laboratorio o tramite un analizzatore portatile.

Le concentrazioni di lattato ematico si correlano molto bene con altri marker dell’intensità di esercizio come la sRPE e la FC, sono facili da rilevare, e si caratterizzano per essere molto affidabili.

Gli strumenti che permettono tali rilevazioni presentano, inoltre, un costo relativamente basso. Ad ogni modo, le concentrazioni di lattato ematico sono estremamente dipendenti dall’attività eseguita nei cinque minuti precedenti al prelievo del campione sanguigno. 

Per di più, diversamente dalle misurazioni utilizzate per la rilevazione di FC e della sRPE, la raccolta del lattato ematico rappresenta un metodo invasivo che comunque richiede la presenza di staff qualificato che difficilmente può essere presente ogni giorno. Altra limitazione nell’utilizzo di questa metodica riguarda la difficoltà di rilevazione simultanea in più individui.

La pulsossimetria

La spettroscopia nel vicino infrarosso è ad oggi una tecnologia uniformemente approvata per la valutazione dell’ossigenazione muscolare in vivo, metodica comunemente nota come pulsossimetria. Parecchi studi al riguardo hanno suggerito come questa tecnologia possa essere utilizzata vantaggiosamente nella maggior parte degli sport, specialmente in quelli acquatici.

La pulsossimetria è semplice da utilizzare ma è incline all’errore nella valutazione dovuta alla vasocostrizione, all’ipovolemia e all’eccessivo movimento, tutti fattori quest’ultimi che ne limitano l’utilizzo soprattutto in ambienti freddi e durante l’esercizio fisico.

Infatti, soprattutto ad intensità elevate di esercizio, la prevalente attivazione del sistema simpatico risulta in una vasocostrizione periferica, evento quest’ultimo che comprometterebbe la valutazione dell’ossigenazione muscolare tramite la spettroscopia.

Valutazioni biochimiche, ormonali e immunologiche

Sono stati diversi gli studi condotti per valutare qualora particolari alterazioni di marker biochimici, ormonali e immunologici potessero di per sé fornire informazioni circa le risposte acute e croniche connesse alle sedute ed ai programmi di allenamento. 

Tra i vari marker studiati si sono prese in considerazione classi molecolari quali:

  • la creatinchinasi sierica
  • il cortisolo
  • il testosterone salivare.

Le relazioni di questi marker con lo stato funzionale dell’individuo sono però ancora inconsistenti a causa della limitata ricerca dedicata a questo settore. In più, le procedure necessarie alla valutazione di questi marker sono spesso costose e richiedono parecchio tempo.

Parametri neuromuscolari

La valutazione dei parametri neuromuscolari del carico di allenamento è stata da sempre limitata dalla tecnologia disponibile in questo campo.

Le strumentazioni più all’avanguardia in questo settore consistono in indumenti sportivi che includono al loro interno dei sensori elettromiografici capaci di quantificare l’attività muscolare durante l’esercizio. Sono state anche sviluppate delle soluzioni epidermiche che funzionano più o meno nello stesso modo, permettendo così un monitoraggio routinario ed accurato dell’attività muscolare dell’atleta.

I dati provenienti dall’elettromiografia (EMG) di superficie in atleti e non atleti non sono stati ad oggi validati dagli studi presenti in letteratura internazionale come tecnica adatta alla valutazione del carico interno dell’organismo, non confermando così l’utilità di questa metodica nel monitoragggio del carico di allenamento.  

Carico psicologico: da tenere in considerazione?

Con l’intento di massimizzare i benefici dell’allenamento, l’atleta può entrare nel cosiddetto stato di overtraining o superallenamento, esibendo frequentemente i classici sintomi della sindrome di superallenamento che includono:

  • elevati e cronici livelli di fatica
  • ristagno e deteriorazione della performance
  • cambi d’umore.

Nel mondo dello sport di alto livello sono ad oggi di comune utilizzo tutta una serie di questionari sullo stato di benessere capaci di determinare come l’atleta affronta gli stress dell’allenamento. Queste valutazioni psicologiche pare siano capaci di identificare gli atleti a maggiore rischio di superallenamento, così come anche quegli individui che presentano spesso dei globali disturbi dell’umore, proprio perché diversi studi nel settore hanno dimostrato come gli indicatori psicologici siano più sensitivi e consistenti rispetto agli indicatori fisiologici.

Il Recovery-Stress Questionnaire for Athletes (REST-Q-Sport), il Profile of Mood States (POMS), il Daily Analysis of Life Demands for Athletes (DALDA) ed il Total Recovery Scale (TQR) sono tutti esempi di questionari di comune utilizzo per il monitoraggio del carico interno.

Oltre a questi, è possibile citare l’Acute Recovery and Stress Scale così come la sua versione più corta, lo Short Recovery and Stress Scale, il cui sviluppo è stato richiesto proprio da allenatori, preparatori, ed esperti del settore al fine di costituire uno strumento psicometrico economico, valido e sensitivo ai cambiamenti capace di quantificare lo stato di recupero e lo stress degli atleti.

In linea con tali tipi di interviste, un globale e semplice questionario è stato sviluppato dal gruppo di McLean B. D. et al. (2010) al fine di valutare il benessere globale degli atleti dei giochi di squadra (Fig. 1). Questa misura psicometrica, basata sulle linee guida per il monitoraggio dell’overtraining sottolineate da Hooper S. L. e Mackinnon L. T. (1995), valuta:

  • la fatica percepita
  • la qualità del riposo notturno
  • l’indolenzimento muscolare generale
  • i livelli di stress
  • l’umore degli atleti.

Tutto utilizzando una scala a 5 punti (da 1 a 5 e con incrementi di 0,5 punti). 

Attraverso questo strumento, sarebbe possibile monitorare individualmente queste cinque caratteristiche del benessere, e anche determinare lo stato di benessere globale sommando i cinque punteggi. Sebbene questo possa apparire un ottimo metodo per valutare il benessere globale di un atleta, maggiori investigazioni sarebbero necessarie per valutare la validità di questa forma psicometrica.

questionario mclean

Fig. 1: Ripreso da McLean B. D. et al. (2010).

Diari e questionari possono rappresentare un metodo semplice ed economico per determinare il carico di lavoro ed i relativi adattamenti all’allenamento. Ad ogni modo, sia i questionari che i diari sono basati su informazioni soggettive che possono necessitare l’integrazione con dati fisiologici. 

Per gli atleti sarebbe infatti possibile manipolare i dati e sotto- o sovrastimare il carico di allenamento. Grande importanza andrebbe anche attribuita non solo alla frequenza di compilazione del questionario ma anche alla sua lunghezza, entrambi fattori da considerare per massimizzare la compliance dell’atleta.

Il ruolo del riposo notturno

Il monitoraggio della qualità e della quantità del riposo notturno può rilevarsi utile per la rilevazione e l’intervento sul campo prima che possano essere osservati significativi peggioramenti della performance o della salute. L’utilizzo di semplici diari in cui indicare le ore di sonno e la qualità del sonno percepita possono rilevarsi utili in quest’ambito. 

Altri metodi non invasivi come l’actigrafia (indagine sulla valutazione del sonno eseguita attraverso strumenti al polso che utilizzano dati accelerometrici) possono fornire ulteriori informazioni su brevi periodi di 7-14 giorni. L’actigrafia può fornire dati sul tempo trascorso nel letto, sul momento del risveglio, sul tempo necessario ad addormentarsi, sui risvegli durante il sonno e sull’efficienza del riposo notturno, fornendo così preziose informazioni sulla routine del riposo di un soggetto. 

L’importanza del riposo notturno è un fattore oramai comunemente accettato, ed è proprio per questo motivo che il suo monitoraggio e la sua valutazione sta diventando sempre più popolare tra atleti d’élite, allenatori e staff di supporto.

APPROCCI OPERATIVI

Nel corso di questa trattazione sono stati descritti e valutati i vari metodi di monitoraggio presenti sia nel campo del carico esterno che di quello del carico interno.

Quello che è bene trasferire ad allenatori, preparatori, ed esperti del settore è come l’integrazione tra metodi di valutazione dei due tipi di carico sia di fondamentale importanza.

  • Infatti, un aumento del carico interno con un carico esterno standard può portare a pensare che un atleta si trovi in uno stato di fatica o comunque stia sperimentando una riduzione della forma fisica. 
  • Al contrario, un ridotto carico interno (come ad esempio una minore frequenza cardiaca o punteggio RPE) rilevato con un carico esterno standard può denotare un miglioramento dello stato funzionale dell’atleta.

È proprio tramite questo stretto rapporto tra le valutazioni dei due tipi di carico che sarebbe possibile accorgersi di come un individuo possa trovarsi in uno stato di affaticamento o di freschezza.

Detto ciò, quale sarebbe il primo passo da fare per iniziare a valutare il carico di allenamento?

Innanzitutto, sarebbe importante comprendere quale tipo di soggetto si ha davanti. Se si tratta di un atleta professionista avrà una già pregressa esperienza di allenamento, una buona conoscenza delle scale e dei metodi di valutazione, e sicuramente una compliance e delle esigenze maggiori rispetto a quelle di un soggetto che vuole semplicemente rimettersi un po’ in forma, con poco tempo a disposizione per fare attività e per compilare questionari psicometrici, e con poca esperienza nel settore della valutazione dell’allenamento.

Per un primo approccio al mondo del monitoraggio del carico di allenamento è bene comunque seguire l’acronimo “KISS” (“keep it simple, stupid”, in italiano “falla semplice, stupido”). Un punto di partenza per l’operatore novice potrebbe essere infatti rappresentato dalla valutazione del volume. 

  • Nel campo dell’allenamento della forza il volume di allenamento potrebbe essere valutato con la formula del volume load relativo ad una specifica RM.
  • Nel campo dell’allenamento della resistenza, invece, il volume di lavoro potrebbe essere valutato classificandolo in base alle diverse velocità, distinguendole possibilmente in cammino, corsetta, allungo, sprint, ma questi sono solo dei suggerimenti, quindi non si tratta di norme scientificamente valide. 
  • Per valutare invece l’effetto che un volume di allenamento ha prodotto nel soggetto è possibile utilizzare metodi di valutazione del carico interno a ridotto costo economico ma ad alto valore scientifico: stiamo parlando dell’RPE e dell’sRPE. Partire da una di queste due forme di valutazione del carico interno costituirebbe di per sé già una base scientificamente corretta per approcciarsi al monitoraggio del carico di allenamento. 

Inoltre, sempre nel campo della valutazione del carico interno, i rilevatori di frequenza cardiaca ad oggi hanno un prezzo molto accessibile e quindi possono essere inclusi facilmente tra gli strumenti di valutazione del carico di allenamento.

  • Cosa valutare? La %HRres si è dimostrata maggiormente utile nella prescrizione e nella valutazione dell’esercizio mentre la HRR appare più utile per comprendere eventuali cambiamenti nelle capacità di recupero post-esercizio di un soggetto.

Prospettive future e conclusioni

Nel campo della valutazione del carico interno ci aspettiamo che la ricerca prenda la direzione dello sviluppo di tecniche che includano parametri neuromuscolari, capaci in qualche modo di fornire informazioni circa le risposte dell’organismo ad un determinato carico di allenamento. 

Nonostante in questo esposto alcune metodiche siano state descritte come migliori di altre, rimane comunque il fatto che la decisione su quali strumenti o tecniche da utilizzare dovrebbe spettare ai professionisti del settore.  L’utilizzo di principi scientificamente validati per la valutazione del carico di allenamento può rappresentare un fattore altamente difensivo nei confronti del rischio di superallenamento, di malessere e di infortunio. 

Ad ogni modo, tra tutti i metodi capaci di fornire informazioni riguardo al carico esterno e a quello interno, andrebbero scelti quelli più accurati e che al tempo stesso siano facili e veloci da interpretare, sia per l’allenatore che per l’atleta.

È solo tramite il monitoraggio del carico di allenamento che si otterrebbe un miglioramento del rapporto tra staff ed allenatore, e di conseguenza dell’intera programmazione dell’allenamento.

Gabriele Dipasquale
Note sull’autore
Laurea in Scienze Motorie e Sportive (L-22) – Università degli studi dell’Aquila
Laurea Magistrale in Scienza e Tecnica dello Sport (LM-68) – Università degli studi dell’Aquila
Certificazione Self Myofascial Release Training Lab Italia
Certificazione Personal Trainer for Health
Articolista Training Lab Italia
Membro del Progetto University Lab

Sei alla ricerca di Tools e Case Report che ti forniscano materiale e spunti per il tuo lavoro quotidiano? Li trovi nella nostra University Lab. Scopri subito come iscriverti!

Bibliografia

  • Adachi H.: CARDIOPULMONARY EXERCISE TEST: THE MOST POWERFUL TOOL TO DETECT HIDDEN PATHOPHYSIOLOGY (2017); International Heart Journal.
  • Borresen J. and Lambert M. I.: THE QUANTIFICATION OF TRAINING LOAD, THE TRAINING RESPONSE AND THE EFFECT ON PERFORMANCE (2009); Sports Medicine.
  • Bourdon P. C. et al.: MONITORING ATHLETE TRAINING LOADS: CONSENSUS STATEMENT (2017); International Journal of Sports Physiology and Performance.
  • Cardinale M. and Varley M. C.: WEARABLE TRAINING-MONITORING TECHNOLOGY: APPLICATIONS, CHALLENGES, AND OPPORTUNITIES (2017); International Journal of Sports Physiology and Performance.
  • Djaoui L. et al.: Monitoring training load and fatigue in soccer players with physiological markers (2017); Official journal of the International Behavioral Neuroscience Society.
  • Düking P. et al.: COMPARISON OF NON-INVASIVE INDIVIDUAL MONITORING OF THE TRAINING AND HEALTH OF ATHLETES WITH COMMERCIALLY AVAILABLE WEARABLE TECHNOLOGIES (2016); Frontiers in Physiology. 
  • Foster C. et al.: MONITORING TRAINING LOADS: THE PAST, THE PRESENT, AND THE FUTURE (2017); International Journal of Sports Physiology and Performance.
  • Halson S. L.: MONITORING TRAINING LOAD TO UNDERSTAND FATIGUE IN ATHLETES (2014); Sports Medicine.
  • Hooper S. L. and Mackinnon, L. T.: MONITORING OVERTRAINING IN ATHLETES: RECOMMENDATIONS (1995); Sports Medicine.
  • Mc Lean B. D. et al.: NEUROMUSCULAR, ENDOCRINE, AND PERCEPTUAL FATIGUE RESPONSES DURING DIFFERENT LENGTH BETWEEN-MATCH MICROCYCLES IN PROFESSIONAL RUGBY LEAGUE PLAYERS (2010); International Journal of Sports Physiology and Performance. 
  • Poole D. C. and Jones A. M.: MEASUREMENT OF THE MAXIMUM OXYGEN UPTAKE VO2MAX: VO2PEAK IS NO LONGER ACCEPTABLE (2017); Journal of Applied Physiology.
  • Scott B. R. et al.: TRAINING MONITORING FOR RESISTANCE EXERCISE: THEORY AND APPLICATIONS (2016); Sports Medicine.
  • Soligard T. et al.: HOW MUCH IS TOO MUCH? (PART 1) INTERNATIONAL OLYMPIC COMMITTEE CONSENSUS STATEMENT ON LOAD IN SPORT AND RISK OF INJURY (2016); British Journal of Sports Medicine.
  • van Erp T. et al.: RELATIONSHIP BETWEEN VARIOUS TRAINING LOAD MEASURES IN ELITE CYCLISTS DURING TRAINING, ROAD RACES AND TIME TRIALS (2018); International Journal of Sports Physiology and Performance.
  • Williams C. J. et al.: GENES TO PREDICT VO2MAX TRAINABILITY: A SYSTEMATIC REVIEW (2017); BMC Genomics.
  • Xu F. and Rhodes E. C.: Oxygen Uptake Kinetics During Exercise (1999); Sports Medicine.
woocommerce social proof