La valutazione posturale. Primo step

La valutazione posturale. Primo step 1024 536 TRAINING LAB ITALIA

COSA CI PORTIAMO A CASA

Primo di 5 articoli all’interno dei quali troverai quelli che PER ME sono gli step da seguire per una valutazione posturale completa, consigli e spunti da mettere subito in pratica e racconti di campo, ovvero quelle situazioni realmente accadute nel mio studio da cui puoi trarre un vantaggio in termini di tempo.

In che senso in termini di tempo? 

Eh sì, perché se ti racconto cosa mi è successo, magari se un giorno capitasse a te saprai essere pronto alla situazione senza cadere nell’imprevisto. Poi ovvio, l’imprevisto può sempre capitare, e forse è proprio quello che amiamo del nostro lavoro: il continuo fascino del nuovo che all’inizio può spaventare, ma dopo averlo superato ci rende migliori.

Sappi che: la valutazione inizia da subito e non finisce mai. Ogni volta che noi valutiamo, in realtà stiamo già somministrando parte della terapia.

Questi sono gli aspetti che PER ME servono ad effettuare la prima parte della valutazione, che come fase reputo la più importante di tutte (chi ben comincia è a metà dell’opera). Io nella prima consulenza dedico almeno la metà del tempo totale ascoltando la persona che ho di fronte ed il mio consiglio è che dovresti farlo anche tu. 

PICCOLA PREMESSA

L’applicazione pratica necessita comunque di molto studio. So di dire una cosa banale ma se non studiamo bene l’anatomia la fisiologia etc. non sapremo come e dove cominciare, quali domande fare e perché, come ragionare sul caso e, figuariamoci, risolverlo.

Quindi, prima di partire con una valutazione, parti da un’autovalutazione.

  • Sono in grado di approcciarmi a questo caso?
  • Ho le competenze per ragionarci sù?
  • Ho una visione ampia?

Altrimenti rischi di applicare protocolli senza un perché, o di usare le stesse metodiche sia se funzionino sia se non, perché conosci solo quelle. Per questo il mio mantra è:

“Quando possiedi solo un martello, tutta la vita intorno a te sembrerà un chiodo.”
-A. Maslow-

valutazione posturale a lezione

DA DOVE COMINCIO?

Partiamo dalla domanda che mi fanno molti studenti quando comincio a parlare dell’argomento durante i corsi: da dove comincio?

Non mi stancherò mai di dirlo: la valutazione (ma anche la terapia) inizia già dalla telefonata che vi fa il paziente/cliente per prendere appuntamento. Sì perché il rapporto che instaurate con il cliente già dalla prima telefonata (o contatto) per concordare il primo appuntamento, ha già effetti sul paziente e la valutazione è già parte della terapia. Fra poco ti spiegherò questo concetto.

Prima cosa da fare è ASCOLTARE cosa ha da dirti il paziente/cliente, cercare di comprendere di cosa ha bisogno e come puoi essergli d’aiuto, tranquillizzarlo sulla valutazione che andrete a fare, sugli indumenti da mettere e gli eventuali esami che ha già effettuato. Questo già dalla telefonata/primo contatto.

Di seguito, subito 3 errori da NON fare al primo approccio:

  1. Cercare di mettere fretta senza ascoltare il suo problema: hai già toppato, se fai questo. Mettiti nei suoi panni, cerca di capire che ha bisogno di te. Capita spesso nel mio studio che alcuni pazienti abbiano già frequentato altri specialisti prima di me e si siano trovati male proprio perché per loro erano solamente un numero, o un buco da riempire in agenda per arricchire le proprie tasche. Non fare lo stesso errore! Col tempo porterà tanti frutti, vedrai.
  2. Elencare il tuo CV: non pensare di catturarlo con l’autorevolezza (se ha il tuo numero vuol dire che si è informato o che, meglio ancora, sei stato referenziato da qualcuno). Lascia perdere questa strategia, è lui che vuole il tuo aiuto, non tu il suo per autocelebrarti.
  3. Parlare subito dei costi della valutazione: quando a me capita che all’inizio di una telefonata mi chiedano il costo, io rispondo: “Prima di dirle il costo, vorrei capire se le posso essere davvero d’aiuto. Mi parli del suo problema, sono qui per questo”. Questa si chiama etica professionale, e distingue il professionista dallo pseudo-tale. Poi è ovvio che parlerete del valore della prestazione ma prima deve capire chi sei, altrimenti il paragone sarà invitabile.

Una volta che hai fissato il tuo appuntamento, eccolo che ti si presenta in studio, ma anche qui la tua domanda sarà: da dove parto?

Ricorda: la valutazione è già parte della terapia, quindi appena apre la porta osservalo immediatamente, come cammina, come si atteggia (timido, spavaldo…), cosa osserva appena entra, come si pone con te etc. Tutto è essenziale. Sii gentile e fallo accomodare.

Anche qui, 3 consigli da applicare SEMPRE:

  1. Spegni il cellulare. Sembra banale ma è la cosa più fastidiosa che possa capitare che mentre uno ti parla dei suoi problemi squilli in continuazione.
  2. Il tuo studio deve ispirare pulizia, ordine e professionalità, altrimenti potrebbe pensare che, se non ti prendi cura delle tue cose, non potresti prenderti cura di lui (tutto intorno a te fa la differenza, a breve comprenderai cosa intendo);
  3. Non ti distrarre, poni lui al centro dell’attenzione senza metterlo in soggezione, sii pronto ad ascoltarlo. 

Da quale test iniziare? 

Questa è un’altra domanda che mi si fa spesso e a cui rispondo sempre così: “Concentratevi sulla raccolta anamnestica/dati, l’ascolto è importante per capire la problematica e stabilire un rapporto con chi avete davanti”.

Questo è per me un fattore imprescindibile, ed è il “test” più importante di tutti. Sì, perchè l’ascolto non solo vi aiuta a comprendere l’origine della problematica ma anche la sua natura, la sua evoluzione ed infine in che modo il paziente l’abbia integrata nel suo “sistema”, già dal modo in cui ne parla. Non vi sorprendete se molti andranno al di là del semplice racconto, e si lasceranno “emozionare” dalle proprie parole. Inoltre questo vi permetterà, se siete bravi, di stabilire un rapporto empatico con il soggetto, che farà già gran parte della terapia (alleanza terapeutica).

Questa è una verità che emerge non solo dall’esperienza ma da quello che dice la scienza. Non dimenticherò mai quando conobbi il professore Fabrizio Benedetti, uno dei massimi esperti mondiali di placebo e nocebo del mondo. In un suo seminario si discuteva della relazione operatore – paziente e di come questa giochi un ruolo chiave nella riuscita della terapia, movendo una critica nei confronti di alcuni suoi colleghi medici che in media ascoltano i propri pazienti 7-8 minuti, inficiando gli effetti del percorso terapeutico.

Inoltre sottolineava l’importanza del RITUALE TERAPEUTICO ovvero tutto il contesto attorno all’operatore che influenza il paziente: il fatto che porti o meno un camice, la presenza di diplomi appesi nella stanza, l’empatia che crea, le parole che dice e come le dice, fino al prezzo che chiede. Sì, il prezzo potrebbe giocare un ruolo nell’aspettativa del paziente. Pensa che in uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association hanno analizzato come l’efficacia terapeutica di un farmaco, ad esempio, sia influenzata da caratteristiche commerciali come i prezzi. Prima di passare all’aspetto pratico delle domande da fare in una raccolta dati, ti voglio lasciare con una frase proprio del prof. Bendetti su questo aspetto che mi colpì tantissimo: 

“Le parole che diciamo ad un paziente attivano gli stessi meccanismi di un farmaco, o forse dovremmo dire che il farmaco attiva gli stessi meccanismi delle parole visto che queste ultime sono nate prima dei farmaci?”

Illuminante!

ANAMNESI/RACCOLTA DATI

Partiamo come sempre da un quesito: quali domande fare?

Diciamo che le domande variano in base al percorso creato dalle risposte che ci darà il cliente: con l’esperienza imparerai a fare le domande inerenti alle risposte che ti darà il paziente, creando così una mappa che ti permetterà di andare a ritroso giungendo alla possibile causa che ha scatenato il disagio della persona che hai di fronte (perché ci vuole umiltà prima di esclamare: eureka!).

Una cosa che posso dirti prima di iniziare a fare le domande è di non avere pregiudizi o farti guidare solo dal sintomo, e di considerare anche la più remota situazione che ha vissuto il paziente perché, come dice Diane Lee: 

“È la vittima a gridare, non il carnefice.” 

E tu devi cercare il carnefice, perché la vittima (zona sintomatica, metaforicamente parlando) è già in grado di individuarla il paziente stesso e non è detto che sia la causa dei disordini.

anamnesi valutazione posturale

Da qui in poi ti mostrerò 10 punti che NON devono mai mancare nella tua raccolta di informazioni. É un iter che puoi seguire inizialmente, insieme alle possibili domande scaturite dalle ipotetiche risposte (farò delle ipotesi, in modo che tu capisca cosa deve guidarti per porre i giusti quesiti).

1. Scheda anagrafica: lo so che lo sapevi ma è giusto ricordarlo. Prendi nome cognome, età, sesso, aggiungi un codice identificativo (per la privacy, esempio: 001 così se un giorno hai bisogno di elaborare qualche dato insieme ad un tuo collaboratore non dovrai necessariamente mostrare il nome) e soprattutto la professione svolta. Ecco, su quest’ultima soffermati un po’, fatti spiegare bene cosa svolge, da e per quanto tempo, in quali posizioni etc.

2. Come posso aiutarti? motivo della consultazione: questo è l’incipit chiave che apre il colloquio col paziente, fatti descrivere cosa lo ha portato a te, sintomi, segni ed aspetti emotivi. Ascoltalo un po’ prima di cominciare con le domande.

3. Localizzazione e caratteristica dei sintomi e segni: conoscere la sede del sintomo e la tipologia ci potrebbe permette di risalire alla natura del disordine, se ad esempio si sente un formicolio al braccio e alle mani sarà utile chiedere a quali dita si estende questa sensazione per discriminare l’innervazione di pertinenza. Ricordo di una mia cliente che, dopo aver effettuato diverse terapie al braccio e alla mano con specialisti, avvertiva ancora delle alterazioni della sensibilità in quelle zone, soprattutto alle prime 3 dita della mano. Dopo averla valutata, optai per correggere la posizione del capo attraverso un lavoro sulle linee miofasciali. La valutazione attraverso domande e test specifici mi aveva guidato all’ipotesi che il problema era all’emergenza delle radici del nervo mediano (innervazione senso-motoria che dal braccio arriva alle prime 3 dita della mano) e quindi nella zona cervicale, ma solo unendo queste informazioni insieme all’osservazione sono potuto arrivarci. Fosse mancata una delle 2 non ci sarei riuscito. La terapia fatta in passato solo sul braccio o sul polso non l’ha aiutata perché il problema reale era da tutt’altra parte.

4. Esordio. Da quanto tempo si è presentato questo problema: il tempo è un aspetto cruciale nel nostro lavoro. Ci permette di capire quanti possibili adattamenti possono essere avvenuti, se il fatto che siano coinvolte altre strutture dipende da una connessione diretta al trauma o si tratta di compensi instaurati dall’organismo per cercare un equilibrio.

5. Esami strumentali e diagnosi varie: come già saprai, non spetta a noi fare diagnosi, è il medico che se ne occupa ed è lo stesso che prescrive gli esami da fare. Se il tuo cliente ha già fatto questo passaggio bene, altrimenti dovresti esortare il tuo cliente a consultare il proprio medico di fiducia oppure consigliare uno specialista che si occupi di quei casi e magari sentirlo preventivamente e successivamente. L’etica professionale premia sempre, sia il medico che il cliente apprezzeranno questo gesto. Nell’ipotesi che questo sia già avvenuto, fatti consegnare il materiale, leggilo, chiedi una copia se necessario e tieni conto di tutto. Di solito si prendono in considerazione esami fatti non più di 6 mesi prima (tempo davvero limite), ma tu tieni conto anche del pregresso. Spesso vecchi esami possono darti un’idea di quello che ha passato quella persona e ti fanno capire come vive il suo corpo. Per fartela breve, ti potresti fare un’idea se è esageratamente premuroso o se ha vissuto davvero tante disavventure.

6. Terapie in atto: altro tassello da non trascurare sono le terapie in atto, ovvero se altre condizioni o semplicemente le stesse hanno portato il soggetto ad assumere farmaci o utilizzare strategie che gli permettono di stare meglio. Esempio, potrebbero essere la pillola anticoncezionale per le donne, farmaci anti-ipertensivi, cortisonici vari etc. Inizialmente potreste reputarle insignificanti come informazioni, ma ogni farmaco ha una sua interazione con l’organismo che può andare a modificare aspetti strutturali e psicologici della persona. Inoltre la conoscenza dell’iterazione farmaco-esercizio è di vitale importanza per la tutela della salute del paziente/cliente e di quella legale vostra. In ultima analisi, è utile sapere se ci sono altre terapie in atto perché potrebbero interferire negativamente o positivamente con la vostra. Non saprete mai se il soggetto stia giovando dei vostri trattamenti e/o di quelli altrui: in questo modo avrete una maggiore consapevolezza dei vostri mezzi e potrete aggiustare eventualmente il tiro con i prossimi.

7. Storia remota: traumi pregressi, operazioni chirurgiche vicine e lontane (sia in termini di tempo sia in termini topografici), incidenti stradali, cicatrici etc. Sono le info spesso più caratterizzanti, vi si apre davvero un mondo. Per farvi un esempio: un giorno mi si presenta un ragazzo di 28 anni che lamentava dolori in zona dorsale alta, era da parecchio tempo che soffriva di questi dolori e dopo un consulto medico gli è stato consigliato di fare “la posturale” così affermava la madre (ah, i genitori: andrebbe fatta una valutazione collaterale a volte per capire come spesso sono quest’ultimi ad alterare la condizione del proprio figlio, ovviamente in buona fede). La cosa che notai da subito era che non aveva un linguaggio fluido, una cosa simile alla “R moscia” ma diversa, quasi impercettibile ma era presente. Dopo un paio di domande, mi disse che aveva subito un’importante operazione e gli era stata asportata la milza. Allora chiesi di vedere la cicatrice, ed appena tolta la maglia per la prima volta, vidi questa cicatrice particolare che per gran parte ripercorreva il decorso della linea alba. La prima lampadina che mi si accese fu: la linea alba è la continuazione del frenulo linguale, ecco forse la spiegazione dello strano linguaggio (mai chiudere il caso). Quando andai avanti, notai anche l’orientamento del capo rispetto al resto del corpo. Feci altri test. Insomma, per farvela breve, la cicatrice tirava verso il basso tutto il comparto superiore ed il corpo, per allentare questa tensione, aveva modificato l’orientamento del capo portando molto probabilmente il dorso alto sotto stress per sopportare il tutto. Fortunatamente il mio lavoro, insieme al lavoro della logopedista, portò molti benefici. Anche qui, la domanda fatta è stata di fondamentale importanza per i test successivi che scelsi di fare.

8. Indagine viscerale: io la chiamo così ma non ti allarmare, non devi mettere le mani da nessuna parte. Ti serve per capire e connettere neurologicamente il disturbo strutturale a quello viscerale, se uno deriva dall’altro o viceversa, o come uno influenza l’altro e così via. Non mi voglio dilungare su questa fase, anche perché non esistono domande standard. Saranno domande che dovrai fare con una logica. Mi spiego meglio: se un paziente ha un dorso rigido, potrebbe essere dovuto anche ad un reflusso gastroesofageo cronico. Infatti,  subito dopo il legamento longitudinale anteriore, la prima struttura che si presenta a quel livello è proprio l’esofago, che oltre ad vere connessioni strutturali con il dorso medio alto, ha anche connessioni neurali che, per il famoso meccanismo di facilitazione spinale (sensibilizzazione centrale), potrebbero influenzare le strutture. La logica deve guidarti a fare le domande in base ad una mappa legata ai sintomi, segni e relazioni neuro-anatomiche. Ti starai domandando: ma cosa chiedo, se ha il reflusso? Sì, ma anche chiedere come va la digestione, se l’alvo è regolare, se ci sono allergie, vertigini etc. Stai sostanzialmente indagando su come stanno questi visceri e quindi un’ipo o iper-funzione degli stessi deve farti ragionare sulle possibili implicazioni. Ovviamente ti farai un’idea nel tempo, con la strategia che deciderai di adottare, interagendo col suo medico o con altre figure, come ad esempio un dietista che somministra una dieta e quindi può modificare la funzione viscerale. Sappi che un mal di schiena potrebbe risolversi anche cambiando l’alimentazione. Studia attentamente funzione ed innervazione dei visceri e saprai quali domande fare costruendo bene la tua mappa mentale.

valutazione posturale durante un corso

9. Indagine alimentare: calma, non sei un dietista, non fraintendere. L’indagine alimentare che intendo non è altro che la descrizione di una giornata tipo che si può fare con il classico recall delle 24h. Sapere le abitudini alimentari del soggetto vi dà una panoramica di quello che potrebbe essere lo stile di vita e vi permetterà inoltre di comprendere ancor di più se ci sia la necessità di collaborare con altre figure specialistiche, quali appunto il nutrizionista. Inoltre, non meno importante, è la scelta dei pasti in base all’orario, perché nel momento in cui deciderete di effettuare la vostra seduta, il pasto non dovrà assolutamente interferire e quindi sarà necessario concordarne il timing.

10. Ortesi e ausili vari: ultimo punto che non deve mancare nella tua raccolta di informazioni riguarda la possibilità che il tuo cliente usi degli ausili o supporti nella sua vita quotidiana o lo abbia fatto in passato. Quello che intendo non è altro che chiedere se porta gli occhiali (perché, quando e per quanto tempo), lenti a contatto, protesi, apparecchi ortodontici, bite, elevatori linguali e supporti di ogni genere. Questi elementi risultano di vitale importanza perché influenzano il sistema tonico posturale costantemente. Se invece sono stati portati in passato, ti serviranno per capire se hanno potuto generare dei disordini che pian piano hanno portato alla condizione attuale.

CONSIDERAZIONI FINALI

Questi sono per me gli aspetti che non devono mai mancare nella raccolta delle informazioni del paziente/cliente.

Sia chiaro, di informazioni se ne possono raccogliere altre e se mi chiedeste quando finisce questa raccolta io vi risponderei con tutta tranquillità: mai!

Infatti potrebbe capitare che la persona che hai di fronte si ricorderà di aspetti che aveva trascurato durante la valutazione, e che necessita di raccontarti anche a sedute iniziate. Io credo sia una bella cosa, non solo perché aiuta a creare un rapporto di fiducia tra te ed il cliente/paziente, ma anche un segnale che quest’ultimo abbia voglia di liberarsi di alcuni “fardelli” (si potrebbe fare un trattato sulla pico-somatica) che aggravano inconsciamente la sua situazione. Molto probabilmente questo grazie al tuo operato.

🔜 Immagino ti starai chiedendo come proseguire dopo questa fase. Ecco la seconda parte dell’approfondimento!

Dott. Marcello Di Finizio
Note sull’autore

FONTI

  • Benedetti, Fabrizio. “Placebo and the new physiology of the doctor-patient relationship.” Physiological reviews. 2013
  • Horvath, Adam O., et al. “Alliance in individual psychotherapy.” Psychotherapy. 2011
  • Waber, Rebecca L., et al. “Commercial features of placebo and therapeutic.” Jama. 2008
  • Appunti personali, seminario “Placebo, Nocebo e Rapporto Terapeuta Paziente” tenuto dal prof. Fabrizio Benedetti
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