kettlebell per attività fisica di persona con double diabetes

Double o Hybrid Diabetes: diagnosi e ruolo dell’attività fisica

Double o Hybrid Diabetes: diagnosi e ruolo dell’attività fisica 1024 536 TRAINING LAB ITALIA

Scoperto nell’ultimo periodo, il Double Diabetes o Hybrid Diabetes viene ipotizzato come un acceleratore ma vediamo oggi come si ottiene la diagnosi e come combatterla con l’attività fisica.

Di cosa si tratta

Sino a poco tempo fa, l’interpretazione del diabete è sempre stata piuttosto chiara: 

  • Diabete di TIPO I (T1D detto anche insulino-dipendente) causato dalla distruzione autoimmune delle β-cellule pancreatiche per cause ancora non ben definite ma con alla base una predisposizione genetica e l’influenza da parte di fattori ambientali. 

È una delle più comuni malattie endocrine/metaboliche diagnosticate nei bambini. con studi che dimostrano come l’incidenza del T1D stia aumentando del 2-5% all’anno.

  • Al contrario, il tipo più comune negli adulti è il diabete di tipo 2 (T2D detto anche insulino-indipendente) che si sviluppa nel momento in cui si verifica un’insulino-resistenza da parte del corpo e una riduzione della secrezione di insulina da parte delle β-cellule pancreatiche. Abitudini di vita non salutari, obesità, fattori genetici e sedenterietà sono i fattori di rischio per lo sviluppo di tale tipologia di diabete. 

Recentemente però si sta evidenziando un aumento dell’incidenza del T2D anche in bambini e adolescenti.

La classificazione delle condizioni cliniche è fondamentale nella diagnosi della malattia e per il suo trattamento, in quanto permette ai medici di scegliere i trattamenti più adatti per la cura della patologia.

La distinzione tra T1D e T2D è diventata sempre più difficile in termini di caratteristiche cliniche e di eziologia, in quanto entrambi i tipi “condividono” l’inefficienza delle β-cellule pancreatiche.

Vi sono evidenze che supportano l’ipotesi che il T1D (diabete veloce), come il T2D (diabete lento), causerà prima o poi l’insulino-resistenza, con un ruolo fondamentale che spetta alla massa corporea. 

  • Un subtipo che sta ottenendo sempre più attenzione nella comunità scientifica è per l’appunto il Double Diabetes, definito anche DD o Hybrid Diabetes, con pazienti che evidenziano caratteristiche miste tra T1D e T2D. 

Merger et al. hanno dimostrato in uno studio epidemiologico che in un totale di 25.5% di pazienti con T1D vi era la presenza anche di sindrome metabolica.

L’ipotesi dell’“acceleratore”

L’ipotesi dell’acceleratore è una singolare e unificante teoria che tenta di stabilire una base comune tra il diabete di tipo 1 e 2, descritta per la prima volta nel 2001.

Secondo tale ipotesi, T1D e T2D sono lo stesso disordine, ma distinguibile secondo l’azione di 3 acceleratori, uno intrinseco e 2 acquisiti. Vi è all’inizio la morte delle β-cellule, importante per lo sviluppo del diabete, vi è poi l’insulino-resistenza causata dall’aumento del peso, il grasso viscerale e gli stili di vita sedentari, e in ultimo, l’autoimmunità delle β-cellule, generata da fattori genetici.

diagnosi double diabetes

Come diagnosticare il Double Diabetes

 

insulino-resistenza e diabete

Il ruolo dell’insulino-resistenza per lo sviluppo del fenotipo del diabete.

double diabetes

Cleland SJ et al. Diabetologia. 2013;56:1462-1470.

L’obesità e l’insulino-resistenza spiegherebbero così parzialmente perché vi è un aumento del numero totale di casi di diabete di tipo1. 

L’eccessivo aumento di peso nei ragazzini è stato definito come un “fattore che accelera” lo sviluppo del diabete di tipo 1 nello studio Pittsburgh e in un altro studio finlandese. 

Un aumento del peso del 10% è stato associato ad un aumento del 50–60% del rischio di sviluppare T1D prima dei 3 anni e un aumento del 20–40% dai 3 a 10 anni. L’obesità dopo i 3 anni di età è associata ad un rischio due volte maggiore di svilupparre T1D. Vi è poi una relazione inversa tra l’età di diagnosi e il BMI. 

Il sovrappeso e l’obesità possono poi aumentare nel corso della vita di questi individui, a causa della terapia insulinica e ad un’over-insulinizzazione, a causa delle ipoglicemie ricorrenti e l’uso di snack frequenti per la loro correzione. 

Si stima che circa il 50% dei pazienti con diabete di tipo1 sia in sovrappeso o obeso. L’aumento del peso sembra essere più corrrelato a fattori clinici come la terapia insulinica che all’invecchiamento. 

  • Nello studio DCCT, individui curati intensamente con insulina avevano un aumento del rischio di essere in sovrappeso del 33% e il peso medio ottenuto era di circa 4.6kg in più rispetto al gruppo di controllo. 
  • Nel Pittsburgh Epidemiology of Diabetes Complications Study, con 589 soggetti affetti da T1D si è osservato l’andamento del peso nel corso di 18 anni. Alla baseline 28.6% individui erano in sovrappeso e 3.4% obesi. La prevalenza di sovrappeso è aumentata dal 29% al 42% e quella dell’obesità di circa 7 volte, dal 3% al 23%, nel corso dei 18 anni. 

Sebbene un aumento del peso dipenda anche dai cambiamenti culturali, sociali e degli stili di vita, come si è dimostrato può dipendere anche da un uso più intenso delle terapie insuliniche, che provocano una ridotta escrezione del glucosio attraverso le urine, ipoglicemie più frequenti che si cerca di correggere ingerendo carboidrati, in aggiunta all’effetto anabolico dell’insulina. 

Nel diabete di tipo1 le complicanze di tipo microangiopatiche come nefropatia e retinopatia sono state considerate le principali complicanze che influiscono sulla qualità della vita di questi pazienti, anche se fortunatamente l’incidenza e la severità di queste complicanze sono diminuite nel corso degli ultimi due decenni grazie ad un maggiore controllo glicemico attraverso la terapia insulinica. Tuttavia questo stretto controllo glicemico è associato all’aumento del peso e del rischio di ipoglicemia. 

L’aumento del peso potrebbe indurre le stesse alterazioni metaboliche che si verificano nei diabetici di tipo 2, come appunto una resistenza insulinica. 

Di conseguenza il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, la principale causa di morte in questa popolazione, potrebbe essere ancora più elevato. 

In uno studio retrospettivo sono stati confrontati 186 pazienti adulti con T1D, con una popolazione di 15,771 soggetti, facenti parte del gruppo di controllo. È stato dimostrato che i soggetti diabetici avevano valori di BMI più alti rispetto alla popolazione generale, risultato in contrasto con la comune idea che pazienti con T1D siano magri e insulino-sensibili.  

Come un circolo vizioso, l’insulino-resistenza porta quindi ad un aumento dell’insulina utilizzata, causando un ulteriore aumento del peso, ipoglicemie, complicanze cardiometaboliche croniche, fino ad una scarsa aderenza alle terapie ed infine ad uno scarso controllo glicemico.

double diabetes

L’interazione tra il trattamento intensivo con insulina e i fattori di rischio cardiovascolare non è ancora ben chiaro.

Infatti la terapia intensiva può allo stesso tempo diminuire il rischio cardiovascolare (attraverso un miglior controllo glicemico, come dimostrato dal DCCT, dove vi era una riduzione del 57% del rischio cardiovascolare), ma peggiorare i fattori di rischio stesso, attraverso l’aumento del peso. Questa interazione deve essere ancora ben chiarita, per poter ottenere approcci terapeutici migliori.

Intervenire nel mantenere il peso forma sembra quindi essere comunque di particolare importanza proprio per la relazione tra il rischio di malattie cardiovascolari e l’aumento del peso. 

double diabetes

Le strategie per raggiungere il perso forma

Sono diverse le strategie da sfruttare e combinare per poter raggiungere un peso ottimale: 

  • Terapia insulinica:attraverso la ricerca di dosaggi insulinici che permettano di raggiungere i livelli target del controllo glicemico. Evidenze dimostrano infatti che molti pazienti non hanno dosaggi insulinici calibrati sufficientemente, non raggiungendo mai i target dei trattamenti.
  • Metformina: anche se sono ancora pochi gli studi sull’uso della metformina associata all’insulina come terapia nei pazienti con T1D, essa sembra migliorare l’azione dell’insulina, permettendo un controllo glicemico migliore, grazie ad un’aumentata sensibilità insulinica, in pazienti con T2D e prediabete. La metformina è un anti-iperglicemmizzante orale usato comunemente nel trattamento del T2D, ma studi su adolescenti, bambini, adulti e adulti in sovrappeso con T1D hanno dimostrato che l’uso della metformina, associato alla terapia insulinica, riduce la dose di insulina necessaria, e di conseguenza l’aumento del peso ad essa associato.
  • Alimentazione: secondo l’American Diabetes Association, per i pazienti diabetici di tipo 1 non vi sono dei piani alimentari da rispettare. Essa raccomanda infatti un lavoro sinergico con i nutrizionisti per sviluppare piani individualizzati in base allo stato metabolico del paziente, stili di vita e preferenze alimentari.
  • Attività fisica: i pazienti con T1D possono partecipare alla maggior parte delle attività fisiche, aerobiche o contro resistenza. L’aumento dell’attività fisica svolta è tra i principali suggerimenti per tali soggetti, ma dalla letteratura risulta che essi siano ancora poco attivi rispetto ai pazienti non diabetici. La principale barriera all’attività fisica è la paura dell’ipoglicemia, il più comune evento negativo che si può verificare durante e fino a 24 ore dopo l’attività fisica in pazienti con T1D. Tale rischio può essere minimizzato monitorando strettamente prima, durante e al termine dell’attività fisica, i livelli di glucosio plasmatico, intervendo sulle dosi di insulina e attraverso l’alimentazione. In quest’ultimo caso in particolare, spesso i soggetti con T1D cercano di aumentare la loro glicemia assumendo carboidrati prima dell’attività fisica per cercare di mantenere un profilo glicemico corretto durante e al termine dell’allenamento. Questo può portare però ad un aumento dei carboidrati ingeriti e di conseguenza in un intake energetico maggiore che può causare aumento del peso.

Le ricerche suggeriscono comunque come un’adeguata attività fisica possa ritardare lo sviluppo delle complicanze a lungo termine del diabete, come retinopatia, neuropatia, nefropatia, e rallentare la progressione delle complicanze già presenti.

Nel caso dei pazienti con T2D, l’American Diabetes Association, l’American College of Sports Medicine e l’American Heart Association raccomandano di praticare attività fisica almeno 3 giorni a settimana, senza restare inattivi per più di 48 ore consecutive, per gestire l’insulino-resistenza e i livelli plasmatici di glucosio, in quanto gli effetti benefici dell’esercizio sull’insulino-resistenza vengono persi già circa 48-72 ore dopo l’attività fisica. 

Conclusioni e direzioni future 

Come dimostrato, il Double Diabetes è un fenomeno complesso, la cui prevalenza sta aumentando.

Non è ancora chiaro se il DD sia una vera e propria forma di diabete o se semplicemente rispecchi l’aumento dell’obesità nella popolazione diabetica.

L’aumento dell’incidenza del T1D nell’ultima decade, specialmente nei bambini di età inferiore di 5 anni, può essere attribuita a cambimenti nei fattori ambientali (che siano quantitavivi o qualitativi) piuttosto che semplicemente a fattori genetici che abbiano effetto in un periodo di tempo così breve. 

Allo stesso modo l’aumento dell’incidenza del T2D nei bambini e adolescenti è la conseguenza dell’aumento di stili di vita sedentari e dell’obesità, che si sta verificando nelle nazioni sviluppate. 

L’unica certezza è che il DD rende sia la diagnosi e di conseguenza l’approccio terapeutico, difficile per i pazienti con T1D, che per la maggior parte dei casi sono diagnosticati nel gruppo dell’età pediatrica. La terapia insulinica intensiva, la scarsa attività fisica svolta e lo sviluppo del DD, sono alcuni dei meccanismi che spiegano l’aumento del peso nei pazienti con T1D.

Intenvenire attraverso l’alimentazione, aumentando l’attività fisica, migliorando la terapia insulinica, sono alcune delle strategie da adottare per migliorare il controllo glicemico e rallentare la progressione delle complicanze associate al diabete, in questa popolazione che fino a poco tempo fa era definita come “magra”.

Silvia Capozza
Note sull’autore
Laurea Triennale in Scienze delle Attività Motorie e Sportive con Lode Università di Bari
Certificazione Functional Trainer Training Lab Italia
Certificazione Strength e Conditioning Training Lab Italia
Articolista Training Lab Italia
Membro del Progetto University Lab

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Bibliografia

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