anziani su panchina con mild cognitive impairment

Il Mild Cognitive Impairment e il ruolo del Laureato in Scienze Motorie

Il Mild Cognitive Impairment e il ruolo del Laureato in Scienze Motorie 1024 538 TRAINING LAB ITALIA

L’attività fisica ha un ruolo nella prevenzione di malattie che prevedono deficit cognitivi? Approfondiamo questo tema parlando di MCI e del ruolo del Laureato in Scienze Motorie rispetto a questa condizione.

Cos’è il MCI?

Mild Cognitive Impairment (MCI), in italiano decadimento cognitivo lieve, è una condizione diagnosticata agli individui che hanno deficit cognitivi che sono maggiori rispetto a quelli che statisticamente si possono aspettare per la loro età e istruzione, ma che non interferiscono significativamente con le loro attività giornaliere. 

Lo si considera come la frontiera o stato di transizione tra l’invecchiamento normale e la demenza. Anche se l’MCI si può presentare con una grande varietà di sintomi, quando la perdita di memoria diventa il sintomo predominante spesso lo si definisce “MCI amnestico” (a-MCI) e viene visto frequentemente come un fattore di rischio per la malattia di Alzheimer. 

Alcune ricerche suggeriscono che una parte delle persone con MCI tendono a progredire verso una probabile malattia di Alzheimer con un tasso di circa il 10% al 15% per anno. Altre invece rimangono stabili, senza che si verifichi una conversione in demenza.

Inoltre, quando i pazienti hanno deficit in altre funzioni mentali diverse dalla memoria, il disturbo viene classificato come MCI non-amnestico (na-MCI) e si crede che questi individui possano andare incontro più frequentemente alla conversione in altre forme di demenza.

Diagnosi

La diagnosi di MCI richiede un giudizio clinico molto ponderato attraverso l’osservazione clinica e i test neuropsicologici, a cui si affiancano il neuroimaging e i test ematici (misurazione del ferro, della glicemia, delle vitamine B12, folati, ecc.) per escludere una diagnosi alternativa.

Una valutazione complessiva simile la si esegue anche per diagnosticare la malattia di Alzheimer.

La diagnosi di mild cognitive impairment si esegue quando:

  1. esiste evidenza di un consistente deficit cognitivo;
  2. le funzioni cognitive generali sono preservate;
  3. la persona è complessivamente autonoma nelle attività della vita quotidiana.

Terapia

Non esiste alcun trattamento o terapia farmacologica che si sia dimostrata efficace e/o poco pericoloso per il deterioramento cognitivo lieve, dal momento che la MCI potrebbe rappresentare una sindrome prodromica verso la malattia di Alzheimer, i trattamenti proposti per la malattia di Alzheimer, come gli antiossidanti e gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, potrebbero rivelarsi utili, ma poco efficaci. 

Nel gennaio del 2018 l’American Academy of Neurology (AAN) ha pubblicato un aggiornamento delle linee guida sul decadimento cognitivo lieve (MCI), rivedendo la precedente edizione del 2001, alla luce delle nuove evidenze scientifiche, bocciando gli inibitori delle colinesterasi e promuovendo a pieni voti l’attività fisica e la “ginnastica” mentale, come baluardo al decadimento delle funzioni cerebrali.

L’AAN promuove programmi di esercizio fisico e di training cognitivo della durata di 6 mesi che possono produrre dei benefici sul MCI. Prescrivere dunque attività fisica a questi soggetti sembra essere il nuovo baluardo.

Anche il cervello ha bisogno di essere tenuto in allenamento.

Gli studi più recenti confermano che un basso livello di scolarizzazione si associa ad una maggior prevalenza di MCI.

In assenza di terapie farmacologiche risolutive la valutazione dei fattori di rischio modificabili, del grado di disfunzione funzionale e sulla valutazione/trattamento dei sintomi psichiatrici e comportamentali nei pazienti con MCI, è essenziale. Importante anche, laddove indicato, sospendere quei farmaci che possono avere un impatto negativo sulle funzioni cognitive.

Viene raccomandato inoltre di effettuare un monitoraggio sul lungo periodo della funzione cognitiva di questi pazienti.

L’esercizio fisico nell’MCI

L’attività fisica è considerata un fattore determinante nella salute degli adulti e soprattutto degli ultrasessantenni. Rappresenta un mezzo utile nella prevenzione delle patologie cardiovascolari e metaboliche ed e un fattore determinante di dispendio energetico, diventando quindi fondamentale per un corretto bilancio energetico e per il controllo del peso corporeo. 

Uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer da Smith et al. mostra come un training di 12 settimane su soggetti di età media di 78 anni divisi in due gruppi (affetti da MCI e con normali funzionalità cerebrali) abbia migliorato le performance fisiche (10%) e neuronali alla fine del training.

Il periodo di allenamento prevedeva lavoro sul tapis-roulant rispettando le linee guide dell’ACSM per anziani. Pre e post training sono state effettuate delle valutazioni per misurare l’attività cerebrale tramite test di riconoscimento di personaggi famosi della loro epoca e imaging. Le scansioni hanno mostrato come nel post i soggetti migliorassero in entrambe le prove. 

J. Bryan et al. hanno dimostrato che l’attività fisica aerobica nell’anziano e utile nel rallentare il declino neuro-cognitivo di almeno 5 anni rispetto alla popolazione non allenata. Essa favorisce il recupero della memoria semantica in pazienti affetti da MCI (Mild Cognitive Impairment) e associata a una maggiore attivazione cerebrale negli anziani sani. 

Altri studi come quello di Abbot et al. hanno dimostrato che la positività dell’effetto è direttamente proporzionale con l’intensità dell’esercizio fisico, infatti, intensità maggiore è correlata spesso con un beneficio maggiore. In un loro studio hanno comprovato che i soggetti anziani che camminavano più di tre chilometri al giorno, avevano un rischio di sviluppare demenza inferiore del 40% rispetto a soggetti che percorrevano distanze minori. Questo può essere associato ad un aumento delle funzioni celebrali esecutive. Gli effetti positivi sono evidenti già dopo 6 mesi di attività. 

L’attività fisica determina un incremento del volume ippocampale del 2%, ma anche della sostanza bianca e grigia della corteccia prefrontale, aree coinvolte nei processi di apprendimento e memoria. Erikson et al. con i loro studi suggeriscono che alcune modifiche e miglioramenti come: la proliferazione e l’incremento della sopravvivenza delle cellule a livello ippocampale, l’aumento della ramificazione dendritica potrebbero essere effetti secondari all’esercizio fisico. 

Una rewiew di Öhman e colleghi (2014) ha analizzato 13 studi che si ponevano come obiettivo l’effetto dell’esercizio fisico sulla cognizione globale, usando come confronto nel pre e nel post il:

  • Mini-Mental State Examination (MMSE)
  • ADAS-Cog (Alzheimer’s Disease Assessment Scale cognitive subscale)
  • CDR-SOB (Clinical Dementia Rating Sum of Boxes)

Tra i vari studi ne spiccano 2 con risultati e mole di dati significativa.

Il primo è uno studio australiano, il quale ha randomizzato 170 soggetti con MCI con un programma di esercizio fisico di intensità moderata per 50 minuti al giorno per 3 giorni a settimana. Alla fine dell’intervento il gruppo ha mostrato miglioramenti di 0,26 sul test ADAS-Cog, mentre il gruppo di controllo ha mostrato un detoriamento di 1,04 punti. 

Il secondo studio è di Suzuki et al. il quale ha studiato gli effetti di un programma di esercizio fisico di 90 minuti (endurance, resistance, equilibrio), due volte alla settimana per 12 mesi. Alla conclusione dell’intervento i soggetti con MCI hanno mostrato un miglioramento nel MMSE ma non sul ADAS-Cog, il quale è una cosa molto sorprendente in quanto il secondo è molto più sensibile del primo.

Un’altra review condotta da Barreto et al. (2017) ha mostrato che solo cinque RCT (Studi clinici randomizzati controllati) di esercizio della durata di 12 mesi o più hanno esaminato esiti cognitivi clinicamente importanti negli anziani. 

I risultati delle meta-analisi non sono riusciti a trovare un effetto positivo dell’allenamento a lungo termine nel ridurre il rischio di insorgenza di demenza, MCI e declino cognitivo clinicamente significativo. 

L’analisi di Muscari et al. ha rilevato un effetto significativo dell’esercizio per ridurre il rischio di insorgenza di demenza del 35%. Sebbene questo risultato sia promettente, deve essere interpretato con cautela poiché nel loro studio non hanno eseguito alcuna diagnosi di demenza e quindi potrebbe aver introdotto pregiudizi se le persone considerate con demenza in via di sviluppo fossero falsi positivi.

Ulteriori RCT sono ancora necessari per fornire una risposta solida all’ipotesi che l’esercizio fisico diminuisca il rischio di demenza incidente.

Conclusioni

Come si può notare, dalle ultimissime evidenze scientifiche descritte anche in questo articolo, la ricerca si sta orientando sempre di più nell’utilizzo dell’esercizio fisico come mezzo di prevenzione e rallentamento di malattie che portano deficit cognitivi.

Interessanti sono sempre le varie soluzioni adottate e la differenziazione di esercizio fisico somministrato. 

Credo fortemente che effettuare esercizio fisico in forma preventiva e adattata e adottare uno stile di vita sano e attivo sia la soluzione migliore per condurre una vita più bella e sicuramente più sana!

Davide Nisi
Note sull’autore
Laurea con lode in Scienze dell’Attività Motorie e Sportive Università di Chieti e Pescara G. d’Annunzio
Studente Specialistica Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate Università degli studi di Verona
Certificato Personal Trainer Training Lab Italia
Operatore di Metodi di Valutazione Funzionale Training Lab Italia
Articolista Training Lab Italia

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Bibliografia

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