bambino che allena le capacità coordinative nell'infanzia

Le Capacità Coordinative nell’infanzia: definizione, classificazione e utilizzo

Le Capacità Coordinative nell’infanzia: definizione, classificazione e utilizzo 1024 538 TRAINING LAB ITALIA

Le Capacità Coordinative, seppur affrontate spesso dal punto di vista teorico in ambito accademico universitario, rimangono uno dei temi più difficili da inserire e contestualizzare in fase di programmazione didattica nell’attività sportiva per l’infanzia.

Sono solito invece considerarle dei pilastri della formazione sportiva al pari e concatenate (vedremo come ed in che modo) alle capacità condizionali, schemi motori di base ed abilità motorie secondo le fasi sensibili del loro sviluppo e apprendimento.

L’obiettivo dell’articolo è quello di capirne dapprima l’essenza pratica, ovvero intuire quale sia la loro giusta collocazione all’interno della crescita motoria, e successivamente inserirle all’interno di principi organizzativi volti ad ottimizzare le tempistiche ridotte di lavoro con le quali si ha a che fare: non lavorare su singole capacità coordinative, ma sfruttarle durante esercitazioni che vedano sempre protagonista l’attrezzo principale dell’attività sportiva scelta.

Capacità Coordinative: definizione e classificazione

Tra le tante definizioni di Capacità Coordinative, quella che più trova riscontro pratico è sicuramente quella di Blume, secondo cui:

sono presupposti della prestazione motoria di un soggetto, in parte sviluppabili ed in parte predeterminate geneticamente, determinate prevalentemente dai processi di controllo del movimento, che rendono un soggetto più o meno capace di esercitare con successo determinate attività motorie.

Questa definizione porta in essere già alcune considerazioni non da poco: le capacità coordinative sono alla base del controllo del movimento perchè fanno utilizzo degli analizzatori sensoriali, cinestetici, percettivi. 

Inoltre sono sviluppabili con l’allenamento ma fino ad un certo punto, dato che dipendono da quello che la genetica ha già predeterminato per noi. 

Blume continua affermando che:

si esprimono attraverso il grado della rapidità e della qualità dell’apprendimento, del perfezionamento, della stabilizzazione e dell’applicazione di abilità motorie e tecnico-sportive. Non sono solo presupposto ma anche risultato della prestazione, infatti si sviluppano solo con la pratica. Non si presentano mai isolate e spesso sono unitamente collegate ad altre capacità coordinative, cognitive e condizionali.

Per cui ampliando il discorso, dobbiamo sottolineare ai fini pratici come il loro sviluppo non si presenti isolato ma unitamente collegato a quello di altre capacità. Questo diventa per noi molto importante, in quanto in fase di programmazione e strutturazione dell’unità d’allenamento dovremo tenerne conto.

Sempre Blume ne identifica sette:

  • Capacità di Orientamento spazio temporale: è la capacità di determinare e variare la posizione ed i movimenti del corpo in relazione allo spazio, al tempo e rispetto ad un campo d’azione definito o con oggetti che si muovono;
  • Capacità di Ritmizzazione: è la capacità di intuire un ritmo imposto dall’esterno e di riprodurlo nei propri movimenti o la capacità di riprodurre un ritmo frutto della propria immaginazione o memoria;
  • Capacità di reazione agli stimoli: è la capacità di iniziare ad eseguire rapidamente gesti motori in relazione ad un segnale imposto dall’esterno;
  • Capacità di Equilibrio: è la capacità di mantenere il proprio corpo in condizioni di equilibrio o di ripristinarlo successivamente a degli spostamenti/input diversi;
  • Capacità di abbinamento dei movimenti: è la capacità di coordinare opportunamente tra loro segmenti corporei, movimenti isolati o singole fasi del movimento;
  • Capacità di Adattamento e trasformazione: è la capacità di un individuo di adattare e modificare la propria azione motoria in seguito a cambiamenti esterni o interni non preventivati;
  • Capacità di Differenzazione della forza: è la capacità di modulare singole o più fasi del movimento in relazione alla riuscita dell’azione motoria e secondo la massima economia del movimento.

Capacità Coordinative: quando e in che modo?

Le fasi sensibili per le Capacità Coordinative vanno individuate genericamente nella fascia di età 5-12 anni, seppur con evidenti differenze tra maschi e femmine e per età biologica.

Ognuna di esse presenta naturalmente una fascia di età in cui lo sviluppo è predominante e più veloce rispetto alle altre, oltre cui diventa più difficile permetterne il massimo sviluppo. 

Non tratteremo in questo articolo della fasi sensibili di ogni capacità ma vogliamo invece capire come, dal punto di vista pratico, l’allenamento sportivo debba tenere conto dello sviluppo delle capacità coordinative pur concentrandosi sull’allenamento tecnico-sportivo.

È di indubbia verità il fatto che il volume e la densità di allenamento settimanale sia di molto inferiore a quello di cui si vorrebbe disporre, soprattutto per motivi di gestione/organizzazione: palestra che per ottimizzare tempi e costi riduce numero di ore e lezioni settimanali, scarso materiale a disposizione, gruppi eterogenei di bambini, genitori che spezzano con vari interventi gli allenamenti dei figli.

Tuttavia, cercheremo adesso di inserire le capacità coordinative all’interno di un principio organizzativo e didattico che possa vederle non solo come semplici obiettivi da perseguire, allenare e sviluppare, ma anche come mezzi di variabilità di allenamento: allenando cioè qualsivoglia abilità motoria, tecnica sportiva, schema motorio di base (che quindi verranno posti agli occhi del bambino come obiettivi principali), potremo porre  piccoli accorgimenti ed input cognitivi atti a co-stimolare lo sviluppo delle capacità coordinative.

Quest’ultimo passaggio è di fondamentale importanza in relazione al volume di allenamento a disposizione: se si possiede poco tempo è necessario creare i giusti “ponti”, gli opportuni learning bridge per ottimizzare i tempi, le risorse e  senza focalizzarsi su singoli aspetti della prestazione motoria, ricordando invece che ogni abilità motoria sottostà a più capacità coordinative.

Che vuol dire?

Calciare una palla è un’abilità motoria che necessita, al minimo delle considerazioni, di una buona capacità di differenziazione della forza (calcio lungo, corto, alto, in basso), di una buona capacità di orientamento spazio-tempo (la palla deve arrivare in un preciso punto in un preciso tempo affinchè rimanga in possesso della mia squadra), di una buona capacità di equilibrio sul piede di appoggio.

Come intervenire nella programmazione motoria?

Ecco allora che prendendo in esame le singole abilità/tecniche che vogliamo stimolare ed allenare, possiamo, in sede di programmazione, analizzare quali capacità coordinative siano alla base della riuscita della stesse.

Per scendere nel particolare prenderemo d’ora in avanti una singola abilità motoria propedeutica ad una precisa tecnica sportiva e la svilupperemo secondo quanto detto prima, cogliendone anche i possibili incrementi di livello ed adattamenti contestuali.

La schematizzazione e la trascrizione di quanto pensato e programmato è fondamentale, per cui allo stesso modo procederemo di seguito nel nostro esempio.

Sport specifico: calcio

  • Età bambino: 7 anni
  • Abilità motoria da allenare: calciare
  • Obiettivo finale: contestualizzare il “calciare” la palla a seconda dell’occorrenza in “tiro” verso la porta, “passaggio” ad un compagno

Avendo le capacità coordinative fasi sensibili differenti, occorre dopo aver individuato quali di esse concorrano alla riuscita dell’ abilità calciare, capire quali nella fascia di età 7 anni siano predominanti e più favorevoli allo sviluppo e quali meno.

Le capacità coordinative più importanti per tale abilità sono sicuramente l’orientamento spazio temporale, la differenziazione cinestesica e della forza, la capacità di equilibrio. 

Attenzione! Chiaramente non sono le uniche, ma quelle che in fase di apprendimento sono preponderanti.

Tra quelle citate, se dovessimo assegnare un “+” per la fase sensibile che possiedono, definendone la predominanza, potremmo concludere così:

  • Capacità di orientamento spazio temporale + + 
  • Capacità di equilibrio + + +
  • Capacità di Differenziazione +

Questo perchè l’orientamento si sviluppa fortemente già a partire dai 5 anni mentre la differenziazione viene leggermente in ritardo rispetto ai 7 anni (parliamo sempre di predominanza, non in valore assoluto). L’equilibrio invece è in piena fase sensibile.

Non è nostra intenzione fare un elenco delle esercitazioni possibili che, sia per esaustività che per necessità dell’articolo, non possono essere scritte qui di seguito. 

Invece è possibile capire quali osservazioni ed interventi è possibile attuare utilizzando l’allenamento dell’abilità motoria in esame (che deve diventare tecnica sportiva) e sottostimolando le capacità coordinative concorrenti, senza quindi “perdere tempo” solo su una o l’altra, ma abbinandole e abbinandoli in maniera opportuna e costruttiva.

Quando le capacità coordinative diventano anche mezzo d’allenamento, creando i presupposti di variabilità

Le capacità coordinative possono dunque diventare anche mezzo di allenamento, non solo obiettivo. Lavorare sulla loro variabilità, quindi sul controllo che esse effettuano sull’azione motoria, crea ed offre la possibilità di somministrare allenamenti sempre diversi e di risolvere uno dei problemi più frequenti: la monotonia e la noia del bambino.

Inoltre la loro variabilità dà modo di sviluppare una capacità fondamentale e ricercata da ogni allenatore: quella dell’adattabilità del gesto tecnico a più situazioni, contesti, parametri di gioco.

Per scendere nel particolare, utilizzando lo stesso esempio di prima, allenare il calcio della palla in regime di equilibrio vuol dire porre al bambino problematiche relative all’altezza e angolazione con cui il pallone arriva rispetto al proprio corpo ed offrire risposte aromoniche ed efficaci per impattare al meglio l’attrezzo. Ricordiamo che calciare la palla con un piede vuol dire porre il corpo in equilibrio sull’altro piede che diventa di appoggio.

La palla che arriva frontalmente e ad altezza terreno è l’esercizio base, ma variando dapprima l’angolazione di ricezione, poi l’altezza e poi entrambi i paramentri insieme, il bambino è costretto a riadattare l’abilità appresa in forma standard in maniera più complessa e contestualizzata (che poi negli sport di situazione è il pane quotidiano). Si può inoltre lavorare sulla differente superfice di appoggio del piede portante o spostando il discorso sulla fase dinamica dell’equilibrio, sul colpire la palla subito dopo un salto o dopo una corsa forzata nei cerchi ricevuta con angolazione casuale. 

L’orientamento spazio temporale durante la fase di calcio del pallone è allenabile focalizzando l’attenzione sia sull’obiettivo del calcio (direzione, punto di attrerraggio della palla, compagno che si muove, porta) sia su se stessi (in che posizione si trova il mio corpo rispetto all’obiettivo del mio calcio, rispetto ai miei compagni, rispetto agli avversari?). 

Ecco allora che diventa importante lavorare sul posizionamento del corpo in fase di ricezione (che guarda quindi la palla che arriva ma già in apertura verso la nuova direzione in cui si intende calciare) o sulla varietà degli obiettivi fissi o mobili in cui si intende direzionare il pallone. 

Oltre lo spazio è fondamentale lavorare e variare i parametri del tempo: gli sport di situazione vivono su tempistiche precise in cui un attimo prima o un attimo dopo fa la differenza.

La differenziazione cinestesica e della forza, invece, hanno a che fare con la percezione che il corpo ha di quello che c’è intorno nella fase di calcio (compagni, avversari, porta, linee delimitanti) e della forza che occorre mettere nell’atto motorio (reclutamento opportuno delle fibre oltre che all’angolazione che i segmenti corporei devono raggiungere per la massima economia del movimento).

Calciare verso obiettivi mobili o fissi in punti continuamente variabili sensibilizza l’utilizzo della forza.

Lavorare con il pallone ponendo al bambino esperienze sempre differenti lo aiuta a fare tesoro della forza che va utilizzata in ogni singola azione motoria.

Conclusioni

È chiaro che inserire tutto ciò in un piano di programmazione è molto più complicato, ma la strada è quella indicata: analizzare e scomporre ogni abilità propria dello sport insegnato nelle capacità coordinative che le compongono.

Il tempo non è mai abbastanza ed allora diventa fondamentale la Competenza dell’istruttore. 

L’allenamento analitico di singole skills basterà fino ad un certo punto, ma sarà la variabilità e l’adattabilità delle stesse a fare la differenza, ed ecco che quanto illustrato fino ad ora prende forma e spazio: utilizzare le capacità coordinative come mezzo variabile di allenamento, rafforzando così sia il gesto tecnico in tutte le sue sfaccettature e sia apprendendo ed allenando le stesse Capacità Cordinative.

Il mondo della motricità ci permette tutto questo, facciamone buon uso.

Emanuele Di Meo
Note sull’autore
Laurea Triennale in Scienze delle Attività Motorie e sportive presso l’Università di Chieti
Laurea Magistrale con Lode in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate
Responsabile Tecnico per i Tirocini Formativi della Facoltà di Scienze Motorie di Chieti di: Scuola Calcio, Psicmotricità, Ginnastica Artistica e Preparazione motoria nei bambini
Docente di Educazione Motoria nella scuola primaria nei Progetti Coni-Miur
Responsabile Tecnico Scuola Calcio ACD Sant’Anna Chieti
Preparatore Atletico in prima squadra (campionato di Promozione) e Juniores d’Elite ACD Sant’Anna Chieti
Co-Responsabile Tecnico ASD Virtus Chieti, Psicomotricità e Ginnastica Artistica

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Bibliografia

  • Blume D.:  Le Capacità Coordinative e possibilità di svilupparle (1981);
  • Petitpas et al.: A framework for planning youth sport programs that foster psychosocial development (2005). The sport psychologist.
  • Schmidt et al.: Motor learning and performance (2000), Human kinetcs, United States of America.